di Manuela Rossini

in collaborazione con Federica Cominelli

Secondo i dati registrati dagli operatori dei Centri Antiviolenza (CAV) nel Sistema Informativo dell’Osservatorio Antiviolenza Regionale (ORA), nel corso del 2020 sono state prese in carico complessivamente 6527 donne vittime di violenza, di cui 1913 hanno avviato un percorso per uscire dalla loro condizione.[1] Focalizzando l’analisi ai soli nuovi percorsi avviati nel 2020, si sono registrati 4168 contatti (nel 94,2% dei casi si è trattato di donne che contattavano il Centro Antiviolenza per la prima volta) e 3118 accoglienze. I percorsi avviati nel corso del 2020 che si sono conclusi sono invece 83 a fronte di 185 che sono stati interrotti o abbandonati. Nel 55% dei casi a fine percorso la donna risulta autonoma sotto il profilo della condizione abitativa, nel 57% è autonoma economicamente e nel 76% si è allontanata dal maltrattante.

Per quanto concerne le motivazioni del contatto, i dati mostrano che le donne ricorrono al centro antiviolenza soprattutto per avere informazioni di tipo generico (57,4%) o per essere ascoltate (46,7%). Risultano in questa fase iniziale meno rilevanti le richieste su questioni più specifiche, quali informazioni legali (28%), sostegno psicologico (16,3%) o richiesta di ospitalità, supporto abitativo, lavorativo o finanziario (10%).

La tipologia di violenza più segnalata rimane quella di tipo psicologico (88,2% delle rispondenti), seguita dalla violenza di tipo fisico (70,3%), e di tipo economico (30,9%); lo stalking riguarda il 18,7% delle donne prese in carico, mentre il 15,3% è stata vittima di violenza o tentata violenza e il 4% di molestia sessuale.

Le modalità per entrare in contatto con i centri sono di vario tipo: il 95,3% dei Centri mette a disposizione il numero telefonico 1522, che accoglie le richieste di aiuto e sostegno delle vittime di violenza e stalking, il 97,6% dei Centri garantisce una reperibilità h24. In alternativa ci si può recare presso i singoli Centri, aperti mediamente 5 giorni a settimana per circa 7 ore al giorno. L’89,7% dei Centri è aperto 5 o più giorni a settimana.

COS’É UN CAV?

I centri antiviolenza sono luoghi in cui viene offerta consulenza accogliendo le donne che hanno subìto violenza. Alla base del loro lavoro c’è una profonda conoscenza delle cause della violenza e delle conseguenze che ha sulle vittime. La violenza sulle donne deve essere considerata e analizzata tenendo conto del contesto storico, sociale e politico delle relazioni di genere.

I Centri lavorano in rete con i servizi territoriali non sostituendosi e non sovrapponendosi ad essi. La loro unicità sta nell’essere luoghi di un quotidiano muoversi tra privato e pubblico, tra l’urgenza dell’ascolto e dell’aiuto individuale e la costruzione di progetti di libertà delle donne, incompatibili con ogni forma di violenza. L’obiettivo è di dare supporto ed assistenza alle donne vittime di violenza ed abusi nonché di contrastare efficacemente la violenza di genere e la violenza assistita.

I servizi offerti sono molteplici: dall’accoglienza (99,6%) al supporto psicologico (94,9%), dal supporto legale (96,8%) all’accompagnamento nel percorso verso l’autonomia abitativa (58,1%) e lavorativa (79,1%) e in generale verso l’autonomia (82,6%). Meno diffusi, il servizio di sostegno alla genitorialità (62,5%), quello di supporto ai figli minori (49,8%) e quello di mediazione linguistica (48,6%). L’82,2% dei Centri effettua la valutazione del rischio di recidiva della violenza sulla donna.

Per gestire le situazioni di emergenza, l’85,8% dei CAV è collegato ad una casa rifugio. Si tratta di una struttura dedicata, a indirizzo segreto, che fornisce alloggio sicuro alle donne che subiscono violenza e ai loro bambini, a titolo gratuito e indipendentemente dal luogo di residenza con l’obiettivo di proteggere le donne e i loro figli e di salvaguardarne l’incolumità fisica e psichica.

Le case rifugio sono collegate e parallele ai CAV e con essi costituiscono una rete territoriale di servizi specializzati che lavorano sulla base di una metodologia dell’accoglienza basata su un approccio di genere e sui principi della Convenzione di Istanbul. Ha l’obiettivo di avviare un percorso di recupero in una situazione protetta. La casa rifugio offre protezione e aiuto concreto alle donne che si trovano in una situazione di pericolo per la propria incolumità fisica e/o psicologica e non hanno altre soluzioni abitative possibili. È necessario un supporto a lungo termine per resistere alle difficoltà di lungo periodo degli effetti del trauma, della dipendenza economica e della relazione con i/le figli/e che hanno assistito alla violenza.

CAV E LOCKDOWN

Nel periodo tra il 6 aprile e il 3 maggio 2020, i centri D.i.Re[2], ovvero la rete nazionale dei centri antiviolenza, sono stati contattati complessivamente da 2.956 donne, di cui 979, pari al 33%, sono contatti “nuovi”, mentre le restanti 1.977 erano donne già in contatto con le operatrici di un centro antiviolenza D.i.Re con una media di 36%. Alcuni centri hanno avuto un numero di contatti superiore a 120 fino a oltre 326.

Alcune importanti osservazioni:

  • Rispetto ai contatti “usuali”, ovvero in assenza di lockdown, in questo periodo ben oltre 1.300 donne in più si sono rivolte ai centri antiviolenza D.i.Re
  • Nel 2018 le donne “nuove”, ovvero che si erano rivolte a per la prima volta un centro antiviolenza D.i.Re rappresentavano il 78% del totale, in questo periodo rappresentano il 33%
  • Le donne che hanno richiesto ospitalità sono il 6%
  • Le donne che hanno chiamato tramite il 1522 soltanto il 4,6%

É TEMA CHE RIGUARDA TUTTI: PERCHÉ?

Pensare che questo tema ci tocchi tutti da vicino più di quanto ci immaginiamo, vuol dire riconoscere che quello che accade a livello interpersonale e prevalentemente all’interno di mura domestiche ha un significato che va al di là della singola persona che la subisce. Questo perché si inserisce all’interno di un contesto che in qualche modo rende possibile che esista la violenza sulle donne con conseguenti ricadute politiche, culturali, sociali ed economiche per il nostro Paese. É innanzitutto opinione diffusa vedere la donna “responsabile” e “causa” al tempo stesso della violenza subìta. La responsabilizzazione della donna o addirittura la colpevolizzazione per la violenza subìta si individua nelle caratteristiche femminili (l’avvenenza fisica o il comportamento emancipato, ecc.) e questo deresponsabilizza la parte maschile (l’essere fatti così, o l’essere gelosi, malati, alcolisti, etc.). Questo modo di pensare rappresenta un ostacolo enorme da superare e su cui lavorare in termini culturali e politici.

É sempre più necessario lavorare insieme nella direzione di favorire interventi di protezione e sostegno per le donne in fragilità attraverso percorsi di empowerment economico finanziario, lavorativo e di benessere femminile.[3]

Scopri l’impegno di MyPEOPLEcare, un progetto che dal 2018 porta avanti con passione valori e temi per aiutare le donne a valorizzarsi e a ricominciarsi.

Sono in arrivo novità, stay tuned!

 

 

 

 

 

RIFERIMENTI:

[1] Rapporto+ORA+2020.pdf (regione.lombardia.it)

[2] https://www.direcontrolaviolenza.it/dati/

[3] Piano Programmatico 2020-2023 Regione Lombardia, Asse 2: Protezione e sostegno.

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