di Manuela Rossini

in collaborazione con Federica Cominelli

 

Lucia ha 40 anni, è una donna in carriera con due figli, sposata da 10 anni con un marito in carriera e premuroso. All’arrivo del secondo figlio, però, il marito le consiglia di lasciare il lavoro per dedicarsi completamente alla famiglia. Da 3 anni fa la mamma a tempo pieno.

I genitori sono benestanti e hanno un buon rapporto con suo marito. Lucia eredita dei beni. Tutto sembra filare liscio, come una favola, fino a quando si accorge di avere grossi debiti da pagare. Il conto corrente è co-intestato con il marito ed è lui a gestirlo. Com’è possibile? Si chiede. E poi all’improvviso dei ricordi… assegni e documenti firmati su fiducia del marito, in effetti è lui che si occupa di queste cose, “amore ci penso io a gestire i soldi, sono cose da uomini, non ti preoccupare di nulla”.

Lucia si trova così a 40 anni a rendersi conto che non controlla più niente dal punto di vista economico, non sa quanto entra e quanto esce nel bilancio familiare, chiede a suo marito anche i soldi per la spesa.

A distanza di pochi anni, la donna si ritrova senza nessun bene intestato a sé, oberata dai debiti, con suo marito che le dà la colpa del disastro economico della famiglia. Si rende conto che ha bisogno di aiuto e si separa da lui per ritrovare la sua indipendenza e autonomia finanziaria.

Come è potuto succedere? E’ la domanda che tutti ci facciamo.

Di storie come queste ce ne sono molte, ma ancora tante sono le donne che rimangono silenti, non consapevoli che quella che stanno subendo è violenza economica.

In quanti conoscono e parlano del fenomeno? Pochi.

Vediamo insieme di cosa si tratta.

VIOLENZA ECONOMICA: UN FENOMENO SILENTE

Oltre alla violenza fisica o sessuale le donne con un partner subiscono anche violenza psicologica ed economica, ovvero comportamenti di umiliazione, svalutazione, controllo ed intimidazione, nonché di privazione o limitazione nell’accesso alle proprie disponibilità economiche o della famiglia. Nel 2014, il 26,4% delle donne ha subito volenza psicologica ed economica dal partner attuale e il 46,1% da parte di un ex partner.[1]

Nonostante sia poco riconosciuta, la violenza economica viene menzionata tra le forme di violenza all’art.3 della Convenzione di Istanbul del 2011, ovvero quel documento approvato dal Consiglio Europeo per contrastare la violenza di genere e il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante sul tema.

Nella Convenzione, la violenza economica si riferisce “ad atti di controllo e monitoraggio del comportamento di una donna in termini di uso e distribuzione del denaro, con la costante minaccia di negare risorse economiche, ovvero attraverso un’esposizione debitoria, o ancora impedendole di avere un lavoro e un’entrata finanziaria personale e di utilizzare le proprie risorse secondo la sua volontà”.[2]

Secondo l’associazione D.I.RE, che raccoglie più di 80 centri anti violenza in tutta Italia, le donne che vengono accolte denunciano casi di violenza psicologica (per il 79%), fisica (al 61%), ed economica (al 34%).[3]

Si tratta di un fenomeno di cui le donne hanno ancora una scarsa conoscenza e consapevolezza. E’ una forma di violenza subdola e difficile da riconoscere, quindi il sommerso probabilmente riguarda una percentuale ben maggiore, visto che le donne ricorrono ai centri anti violenza o alle vie legali quando si trovano a subire forme di violenza più eclatanti.

É interessante notare come la violenza economica sia trasversale: è indipendente dalle fasce di reddito, così come dalla classe sociale di appartenenza. Ne sono vittime, allo stesso modo, casalinghe e professioniste e riguarda una fascia d’età compresa principalmente tra i 40 e i 60 anni.

QUALI SONO LE SUE FORME?

Vediamo ora alcuni dei segnali di allarme che possono indicare degli inizi di violenza psicologica:[4]

  1. Il partner costringe la compagna a scegliere tra famiglia e lavoro, spingendola ad abbandonare o non cercare l’autonomia finanziaria. In questo modo, il compagno può tenere la donna costantemente sotto il ricatto del denaro e aumentare così il controllo su di lei.
  2. La donna non ha accesso alle finanze familiari: il compagno la tiene lontana da investimenti e decisioni importanti oppure non le consente di avere un conto corrente proprio. É l’uomo che gestisce tutte le finanze familiari e spesso gestisce tutti gli acquisti in prima persona.
  3. I due partner hanno un conto co-intestato gestito però solo dall’uomo.
  4. Il partner fa indebitare la vittima o ne dilapida il patrimonio familiare.
  5. La donna decide di avviare un percorso di denuncia e/o di separazione, magari proprio per atti di violenza. Ecco che qui il denaro non è solo arma di ricatto, ma viene spesso usato proprio come arma di vendetta contro la donna che ha trovato la forza di denunciare o di separarsi.

In questo modo si crea quella spirale che si chiama rivittimizzazione secondaria: la donna cioè, già vittima di violenza domestica, diventa nuovamente vittima (in questo caso con i soldi che diventano l’arma) una volta avviato il percorso di denuncia, senza ricevere adeguata protezione in ambito giudiziario.

COME CONTRASTARLA?

In Italia lavorano 9.768.000 donne (il 42,1% degli occupati complessivi). Nel 2019 il tasso di disoccupazione femminile era pari all’11,8%. Il 32,4% delle donne (1 su 3) ha un impiego part time e 2 milioni di lavoratrici crede di non avere alternativa. Solo nel 2019 hanno lasciato il lavoro 37mila donne di cui circa 21 mila dichiara di averlo fatto perché non riesce a conciliare lavoro ed esigenze di cura dei figli.[5]

Che il gender gap sia innanzitutto un problema culturale lo dimostra, più che la difficoltà ad accedervi, la vera e propria mancanza di misure di welfare adeguate, che non siano semplicemente assistenziali ma che incentivino le donne come, per esempio, alla maternità. Il divario impatta profondamente sulla vita quotidiana e il suo svolgimento, come la salute, l’educazione, il lavoro, l’accesso alle attività economiche e così via. Secondo l’Onorevole Spadoni, “aumentare l’occupazione femminile significa fornire un’indipendenza economica che contribuisce anche ad uscire dalla spirale di violenza” (discorso 8 marzo 2021).

La Ministra Bonetti, nella 65° edizione della Commissione delle Nazioni Unite sullo Status delle donne (15-26 marzo 2021), sottolinea che “Mentre affrontiamo la crisi pandemica, siamo chiamati ad un nuovo impegno per una effettiva partecipazione delle donne ai processi decisionali. L’indirizzo dato dal presidente Draghi è chiaro: l’empowerment delle donne è la chiave per ottenere un vera parità di genere e una piena partecipazione delle donne alla vita pubblica. Ora è il tempo di percorrere questa strada con impegno e visione.”

É necessario lavorare insieme in questa direzione, favorendo interventi di protezione e sostegno[6] per le donne in fragilità attraverso percorsi di empowerment economico finanziario, lavorativo e di benessere femminile.

Scopri l’impegno di MyPEOPLEcare, un progetto che dal 2018 porta avanti con passione valori e temi per aiutare le donne a valorizzarsi e a ricominciarsi.

Sono in arrivo novità, stay tuned!

 

 

 

RIFERIMENTI:

[1] Istat.it – Violenza sulle donne

[2] https://www.coe.int/en/web/conventions/full-list/-/conventions/treaty/210

[3] https://www.direcontrolaviolenza.it/dati/

[4] https://lab24.ilsole24ore.com/giornata-contro-violenza-sulle-donne-2020/

[5] Dal lavoro all’indipendenza economica, dal Gender Equality alla violenza sulle donne: il 2021 sarà un anno di grandi argomenti

[6] Piano Programmatico 2020-2023 Regione Lombardia, Asse 2: Protezione e sostegno.

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