A cura di Manuela Rossini

 

Essere madri significa dare alla vita un essere umano, ma allo stesso tempo è responsabilità e impegno per la vita. Si tratta di un compito difficile, per molti il più arduo che va affrontato. “Impegnarsi a fare i genitori significa mirare in alto” scrive Bowlby (1989). Ogni essere umano ha una capacità biologica innata di fare da madre e i bambini hanno la capacità di innescarla, ma la forma specifica che essa assumerà dipende dalle esperienze personali passate (Bowlby, 1989). La nascita di un bambino può essere considerata come l’evento più importante della vita di una coppia. Oggi diventare genitori rappresenta una scelta e dovrebbe essere considerato un progetto di vita che si inserisce nell’economia emotiva e relazionale a livello individuale, di coppia e di famiglia.

Essere genitori è un compito legato a significati simbolici, culturali ed affettivi. Spesso rappresenta una scelta e un progetto di coppia. Il progetto di generatività si esprime su un doppio versante: uno è legato ai ritmi del corpo e agli aspetti biologici dell’essere umano, l’altro esprime i tempi di vita di ciascun partner e i significati della relazione. Dal punto di vista psicologico, il progetto di generatività rappresenta per la coppia la distanza emotiva tra sé e la propria famiglia di origine (Migliorini&Rania, 2008).

 

L’evoluzione del ruolo di madre

La costruzione del percorso che porta a viversi come partner, come coppia e come genitori è la risultante della vicenda individuale di ciascuno, sia rispetto al tema degli affetti sia rispetto all’assimilazione di modelli culturali condivisi, i quali costituiscono l’ossatura sociale dove esplichiamo stili relazionali e modelli di cura. La genitorialità comporta una significativa ristrutturazione degli equilibri interni e profondi cambiamenti sul piano personale, familiare e sociale. Diversi studiosi (Migliorini&Rania, 2008) hanno sottolineato come il divenire madri rappresenti una vera e propria “crisi evolutiva” che pone di fronte alla necessità di confrontarsi con le proprie figure genitoriali e di rivedere i propri vissuti per elaborare modelli di comportamento da attuare con il proprio figlio. Il modo in cui la coppia si riorganizza affettivamente al momento della nascita dei figli ha un’influenza rilevante sulle modalità con cui ciascuno dei coniugi si assesta nel proprio ruolo. Confrontarsi con la propria capacità procreativa significa acquisire la capacità di assumersi responsabilità e il compito di prendersi cura, ma anche sperimentare il proprio potere creativo.

La nascita del primo figlio segna la transizione da coppia di coniugi a triade familiare e, sarà la riuscita o il fallimento di questo passaggio a condizionare fortemente l’evoluzione del ruolo di madre. Tale passaggio vede in azione processi affettivi differenziati perché si richiede ai genitori di stabilire un contatto emotivo a tre. Il termine genitorialità rimanda all’alleanza supportiva tra i genitori nella cura, nei compiti di allevamento e nell’educazione dei figli. Nel campo delle responsabilità genitoriali possiamo distinguere (Ardone&Chiarolanza, 2007): l’allevamento, il quale include il benessere fisico e le cure mediche; la cura affettiva, ovvero gli scambi affettivi come i sorrisi e gli abbracci; gli insegnamenti che portano alla comprensione dell’ambiente; infine, le cure materiale, ovvero l’organizzazione del mondo fisico del bambino, come il reperire giochi, libri, materiale. Secondo la Dichiarazione dei diritti del fanciullo[1], meglio nota come la Dichiarazione di Ginevra, uomini e donne accettano come loro dovere che:

  • Al fanciullo si devono dare i mezzi necessari al suo normale sviluppo, sia materiale che spirituale;
  • Il fanciullo che ha fame deve essere nutrito;
  • Il fanciullo malato deve essere curato;
  • Il fanciullo deve essere il primo a ricevere assistenza in tempo di miseria;
  • Il fanciullo deve essere messo in condizioni di guadagnarsi da vivere e deve essere protetto contro ogni forma di sfruttamento;
  • Il fanciullo deve essere allevato nella consapevolezza che i suoi talenti vanno messi a servizio degli altri uomini. Questo comporta il prendersi cura dei propri figli.

 

La cura educativa dei figli

La cura comprende tutte le dinamiche relazionali legate alle abilità comunicative e alla capacità di comprensione degli stati emotivi ed affettivi. Essa non è solo un gesto spontaneo, emotivo, affidato alle buone intenzioni di chi la esercita, ma è accoglienza, riconoscimento, tutela e salvaguardia dell’altro, del diverso da noi, nel senso di riconoscere nell’altro la stessa appartenenza al genere umano, e quindi implica accoglienza del simile pur nella diversità. La cura educativa è assunzione di responsabilità verso colui del quale ci si prende cura, nel senso di attivare una intenzionalità che guarda al futuro dei propri figli, alla costruzione della loro peculiare identità, accettandone fragilità e debolezze, aiutandoli a farsi ciò che possono essere e non ciò che gli altri vorrebbe che fossero, attraverso una relazione di ascolto spontanea estranea a ogni forma di snaturamento o classificazione (Cambi, Di Bari&Sarsini, 2012). In sintesi, è possibile affermare che la cura è disponibilità mentale, riflessiva e cognitiva. La cura implica controllo, esercizio, interiorizzazione, così come prevede un dialogo ininterrotto con sé stessi per conoscersi, per rii-orientare il proprio cammino. C’è bisogno di esercitare la cura verso sé stessi, altrimenti non si può esercitare la cura verso gli altri. Si tratta di un percorso di crescita che include intersoggettività e reciprocità, proprio perché il soggetto è stato pensato, dalla filosofia del Novecento, come relazionalità, come incontro e riconoscimento dell’altro (Cambi et al., 2012).

 

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Riferimenti:

[1] http:/www.unicef.it/Allegati/Convenzione_diritti_infanzia.pdf

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